Satelliti in rotta di collisione

Prima di tutto mi scuso per averci messo tanto a scivere questo benedetto articolo, si è appena conclusa la settimana dell’orgia milanese del design e non sono mancati gli spunti di riflessione però mi sono preso qualche giorno per cercare di metabolizzare quello che ho visto onde evitare di dare giudizi troppo affrettati.
Per chi non lo sapesse il salone del mobile ha numerose escrescenze, una di queste è il salone satellite. Il salone satellite, almeno per come me lo immagino io, dovrebbe essere un luogo in cui giovani designer presentano i propri lavori. La cosa particolarmente interessante è che, all’ombra di un evento colossale dei ragazzi si possano incontrare e conoscere, vedere i progetti degli altri e confrontarli con i propri e tutto questo per di più in un luogo accogliente e allestito apposta per questo.
Se nel salone tradizionale vengono presentati oggetti che sono o quasi in produzione e che quindi hanno già superato, a volte scendendo a compromessi le esigenze del mercato, all’interno del satellite ci sarebbe virtualmente la possibilità di presentare anche delle sperimentazioni. Nessuno si impressionerebbe di trovare all’interno di quelle infinite “bancarelle” che compongono questa esposizione qualche soluzione azzardata, magari impossibile ma che permette di guardare ad un certo problema da un punto di vista diverso, ma purtroppo le cose non vanno sempre così.
Prima di continuare devo fare una riflessione: il mobile, il complemento di arredo e simili non è sicuramente un mondo in cui è facile progettare, soluzioni non ne esistono perché è il problema stesso che non esiste, nessuno ha veramente bisogno di un nuovo progetto di sedia o di tavolo. E’ un liguaggio nel quale non c’è più la possibilità di coniare nuovi sostantivi e così tutti finiscono per produrre aggettivi, anche bellissimi ma che non servono poi a molto ai fini della comunicazione. Contemporaneamente è però il mondo in cui viene più voglia di mettere le mani perché culturalmente il design lo si immagina rappresentato da una sedia e perché un conto è progettare un tavolo e un conto è progettare una motrice per treni.
In ogni caso, anche dopo questa considerazione, bisogna ammettere che questo satellite (l’anno scorso non era molto diverso) ha proposto ben poco di interessante. Se ci si trova di fronte la grande possibilità di sperimentare anche trascurando alcuni aspetti del progetto, ci si aspetterebbe qualcosa di veramente extra-vagante. Preoccupante è come molte delle cose proposte siano invece così simili a cose viste e riviste. Mancano le idee oppure questa passione morbosa verso i musei di design ha finito per crearci un vocabolario formale dal quale non riusciamo a distaccarci più di tanto? Forse abbiamo reso le grandi icone del passato talmente ingombranti da ritrovarci improvvisamente non in grado di creare qualcosa di diverso. In ogni caso se l’incapacità di distaccarsi dall’ormai invadente visione del design come uno spettacolo effimero di forme e di colori sta impoverendo così tanto anche quelli che dovrebbero dare idee nuove, forse è l’ora di distruggere l’immagine che ci siamo costruiti dei nostri padri e di sbarazzarci delle loro sacre eredità.
Quando invece la ricerca si presenta è quasi sempre espressa tramite l’utilizzo di materiali nuovi o inaspettati in quel particolare oggetto e così abbiamo sedie fatte di gomma o di qualsiasi altro materiale. Ma quando tra qualche hanno avremo la stessa sedia fatta di marzapane o di merda secca cosa ci rimarrà di questa esperienza? Raramente infatti viene usato un particolare materiale per le sue vere proprietà fisiche e per dimostrare che un oggetto che si è sempre fatto di metallo ora si può anche fare di plastica e forse è meglio perché la plastica ha certe proprietà diverse da quelle del metallo, il più delle volte è come se si dicesse: “Guarda qua, tu conosci questa sedia, l’hai sempre vista fatta di metallo e come per magia l’abbiamo fatta di mattoncini di lego, di la verità non pensavi che si potesse fare?”
Un ultima cosa ancora mi sento di dirla, forse altri come me girando per il salone satellite si sono trovati di fronte a oggetti che dicevano poco, a volte però chiedendo spiegazioni ai progettisti si scoprono soluzioni inaspettate che a prima vista non si potevano intuire. Non si tratta di un negozio di mobili è una mostra fatta da designer principalmente per designer e allora perché non fare delle tavole sintetiche che spieghino i progetti? Così uno vedendo un tavolo apparentemente anonimo capirebbe subito che invece il meccanismo per incastrare le gambe e in fine il ripiano è semplice e tutto ad incastro senza quindi bisogno di viti. La produzione di un oggetto per un designer è solo il termine di un percorso e può essere interessante capire quale sia questo percorso che quasi mai è completamente leggibile nell’oggetto stesso.
Quali sono le cause di tutto questo? Non è facile dirlo, forse paradossalmente nell’era dell’informazione che viaggia in tutto il mondo in un istante è più difficile creare contenuti, o forse un vecchio fraintendimento ha creato l’idea che il design sia un gesto libero, artistico e non un mestiere che richiede lavoro e vera ricerca.