Modelli progettuali

Come affrontare un progetto? Esiste un metodo per ottenere un buon risultato? forse si…


Spesso ad un progettista capita di doversi confrontare con problematiche diverse. Si passa dal progettare una sedia ad occuparsi di una macchina ospedaliera ed è evidente come siano necessarie conoscenze diverse e appartenenti a campi anche lontani. E’ chiaro che la cosa che si chiede ad un buon progettista è proprio la capacità di adattarsi e di affrontare un problema al di la della forma nella quale si presenta. Uno dei motivi per il quale molti designer preferiscono fare parte di uno studio piuttosto che dell’ufficio tecnico di un’impresa è proprio la possibilità di affrontare mondi diversi e aumentare così le proprie conoscenze. Resta il fatto però che non è sempre facile, quando ci si trova difronte ad un problema nuovo sapere come muoversi. Non esistono formule universali da applicare a tutte le situazioni ed è proprio la capacità di risolvere i problemi tenendo presente ogni aspetto del prodotto che si “paga” nel lavoro del designer che quindi deve nel corso del tempo e con l’accumularsi dell’esperienza crearsi un medoto. Ma se si è all’inizio di questa attività? Nelle università si insegna come risolvere molti dei problemi specifici nei quali ci si può imbattere durante la progettazione ma poco spazio è dato all’insegnamento di un metodo progettuale.

Bene allora facciamolo noi.

Prima di tutto ci si trova di fronte ad un problema che per ora è ancora una massa informe di considerazioni o di necessità, il problema iniziale può nascere sostanzialmente in due modi: o un impresa esprime una problematica alla quale vuole trovare una risposta e che è stata individuata tramite considerazioni proprie dell’impresa oppure un designer si rende conto che esiste un bisogno che non viene soddisfatto e decide di indagare questa situazione e di risolverla. Per essere brevi visto che siamo ancora all’inizio e non è mia intenzione esaurire tutti gli aspetti di questo argomento vastissimo, possiamo dire che nel primo caso l’impresa pone i primi vincoli, alcuni vengono esplicitati in un brief, altri restano impliciti nella definizione che l’impresa da di se stessa, nella sua storia, nella sua filosofia, nelle sue preferenze inespresse. Visto che la maggior parte delle volte sono le imprese che si rivolgono ai designer occupiamoci di questo caso in particolare, ci sarà comunque occasione per approfondire le differenze di approccio che ci possono essere.
Normalmente l’impresa scrive un brief, cioè una descrizione piuttosto breve, di quello che da loro è stato riconosciuto come un problema da risolvere. Una prima considerazione si può fare sul come l’impresa sia giunta a determinate conclusioni, capire se ci si sta veramente proponendo di risolvere un problema che riguarda le persone o se si sta solo cercando di sfruttare un’intuizione del reparto marketing più spietato. Flusser dice che un progettista non potrà mai essere dalla parte del bene, questo idea l’ho intravista anche nel primo intervento di Nicola Esculaci nella discussione “Oggetto ostacolo”, non voglio mettermi a parlare di etica però forse sarebbe giusto riflettere almeno un minuto su quello che si sta per fare.
La prima cosa è ridefinire il problema in maniera più completa in modo da definire anche i limiti entro i quali si dovrà operare. A volte sembra che l’impresa dica già tutto e altre volte sembra che non dica niente, porsi dei confini non vuol dire minimamente limitarsi nell’agire, anzi significa concentrare le proprie capacità senza rischiare di perdersi. Per questa prima fase non ci sono delle tecniche particolari a mio avviso, un buon metodo però può essere quello di pensare anche in modo grossolano a quali sono le persone fisiche che hanno a che fare con quel oggetto da quando viene pensato dal designer a quando viene usato, si troveranno tutta una serie di attori che interagiscono con l’oggetto e che spesso vengono dimenticati dalle imprese. Una volta fatta questa lista degli attori immedesimandosi nella loro parte bisogna immaginarsi quali possono essere i desideri di queste persone, per esempio se io devo pulirlo voglio che non si rovini con i normali detersivi, se devo fare della manutenzione voglio che le parti si trovino facilmente in commercio e che l’oggetto si smonti facilmente. A questo punto si vedrà che alcuni desideri sono comuni a più attori, questi particolari bisogni avranno un valore presumibilmente maggiore in sede progettuale. Questa analisi è da prendere come un iniziale modo per chiarirsi le idee, sarà molto probabilmente necessario rifarla in modo più dettagliato in seguito.
In ogni caso ora abbiamo un problema definito abbastanza bene che ci permette di cominciare il lavoro di ricerca.
Questa fase cambia veramente da persona a persona perchè ognuno ha un modo diverso di fare proprie le cose, per quanto mi riguarda non è una fase che necessita di molto ordine, è composta di immagini, citazioni, domande poste agli amici, schede tecniche, ritagli di giornale, canzoni, qualsiasi cosa che possa in qualche modo collegarsi a quello che si sta progettando. Voglio però fare una breve ma importante considerazione, non si deve pensare all’oggetto che risolve il problema ma alla necessità che fa nascere il problema, si vedrà subito che la soluzione può appartenere a mondi anche diversi.
La fase di ricerca non deve però essere fatta completamente a casaccio, ci sono delle cose che è meglio fare sempre: capire bene con che impresa si ha a che fare e quali sono le imprese con le quali il nostro cliente si deve confrontare sul mercato, capire bene cosa esiste per risolve la nostra esigenza (questo ci permetterà di non creare qualcosa che c’è già), se saranno necessarie parti prefabbricate bisogna conoscerle (viti, cerniere, interruttori, lampadine…), materiali che si immagina possano andare bene per le nostre esigenze e lavorazioni possibili con questi materiali, norme e regolamenti vigenti.
Alla fine di questa fase che sarà necessariamente lunga, analizzando il materiale ottenuto avremo una serie di elementi di progettazione ma, da non sottovalutare, ci saremo creati anche un vocabolario verbale e visivo che ci sarà utilissimo quando in fase di progettazione ci troveremo ad affrontare quei piccoli, dannati problemini che compaiono ad ogni tratto di matita.
Una cosa molto utile può essere fare una “brain storming” ovvero mettersi in una stanza con altre persone che si occupano di questo problema (ma non è una condizione indispensabile), mettere da parte tutte le considerazioni alle quali si è arrivati e immaginare soluzioni, lasciandosi andare, scherzando e divertendosi. Le soluzioni saranno spesso assurde, alcune pazzesche, contrarie alle norme o alle possibilità fisiche dei materiali ma questa operazione permette di guardare il problema da un punto di vista diverso, spensierato e audace che può portare anche a spunti molto interessanti. Quando si progetta infatti, si rischia di rimanere ossessionati dal problema, persi in qualche idea che ci era sembrata ottima all’inizio, che non siamo riusciti a scrollarci di dosso e che cerchiamo di aggiustare e di mantenere al passo con le novità che troviamo.
Dopo essersi divertiti e riposati nella “brain storming” è importante sperimentare tutte le cose che abbiamo in mente per vedere come funzionano e appaiono nella realtà. E’ importante questo momento di contatto diretto con le soluzioni perchè può portarci a prendere in considerazione usi diversi dei materiali, soluzioni tecniche che non immaginavamo.
Ora con le risposte venuteci dall’analisi della ricerca, dalla “brain storming” e dalla sperimentazione, potremo iniziare una vera fase creativa che si muoverà entro i limiti (fisici, normativi, culturali) che abbiamo individuato. Un vero designer sa che una creatività di tipo artistico non serve ad una buona progettazione proprio perchè non terrebbe conto dei limiti che tanto faticosamente abbiamo messo a fuoco. Bruno Munari diceva “Egli non ha alcuna idea di ciò che potrà uscire dall’elaborazione dei dati fino a che la sua creatività non avrà operato quella sintesi degli elementi raccolti, sintesi che dovrà condurre alla fusione ottimale di tutte le componenti. Solo allora apparirà la forma globale dell’oggetto progettabile, forma che il designer accetta come forma logica“.
Quando si arriva a questo punto abbiamo un idea di massima dell’oggetto che vogliamo progettare, sappiamo come sarà la sua forma, come interagirà con le persone che lo useranno, sappiamo quali caratteristiche possiederà. Non dobbiamo fare altro che metterlo “nero su bianco”, questa fase chiaramente cambia a seconda della complessità dell’oggetto, per oggetti molto semplici sarà breve e poco difficoltosa mentre per oggetti con molte parti e con tecnologie diverse sarà una fase che probabilmente necessiterà dell’aiuto di esperti nei vari campi.
Se tutto è andato come dovrebbe avremo a questo punto il nostro progetto, ci sono ancora alcune cosette che meritano di essere ricordate: è utilissimo durante tutta la fase progettuale (principalmente però nella fase della creatività) farsi dei modellini di studio per rendersi veramente conto delle dimensioni e delle proporzioni tra le parti e poi è fondamentale per il lavoro di un designer guardarsi intorno con curiosità, toccare gli oggetti, chiedersi come le cose funzionano e sono realizzate ma anche e forse soprattutto perchè sono fatte proprio in quel particolare modo.

Credo in queste poche righe di aver detto qualcosa che molti sanno, che tanti fanno senza neppure accorgersene ma che qualcuno forse potrebbe trovare utile e interessante. Chiaramente, e qui metto le mani avanti, ogni progetto ha una vita a se e ha bisogno di cure particolari, e poi esistono migliaia di aspetti del progetto che in questo breve articolo non ho neppure sfiorato ma…mica posso fare tutto io.

Lascia una risposta