Oggetto/ostacolo


La parola “oggetto” in senso etimologico significa “cosa gettata”, l’oggetto diventa quindi una cosa che precipita nella vita, che viene usata dagli uomini per colpire altri uomini, per renderne difficoltoso il cammino. Possiamo immaginare la nostra vita come un percorso lungo il quale incontriamo dei problemi, per risolverli creiamo degli oggetti (si pensi a come nasce la tessa idea di utensile nell’uomo primitivo). Ma gli oggetti non si uniscono a noi come un abilità acquisita, rimangono sempre staccati e quindi in conflitto, generano a loro volta nuovi problemi che necessitano di nuove soluzioni. Certamente non possaimo fare a meno delle cose e ritornare a vivere sugli alberi ma questa considerazione dovrebbe far pensare che gli oggetti non sono innocenti, sono “armi” che ci ostacolano e come tutte le cose pericolose anche se indispensabili vanno trattati con cura. Perché se sono ostacoli inevitabili bisogna quanto meno cercare di ridurne il numero e per fare ciò bisogna avere oggetti che risolvano i problemi senza crearne altri.
Quindi, come non si affiderebbe mai ad un pasticcere la progettazione di un ponte, così la progettazione degli oggetti quotidiani andrebbe sempre affidata a qualcuno, in possesso delle competenze e della serietà morale.

5 Commenti

  1. Zagor Fiendini Says:

    Gli oggetti, l’uomo e i problemi. Un effetto a catena che genera sempre nuovi oggetti per risolvere (e creare) nuovi problemi. Mi sembra che più o meno questa sia la descrizione di quel femomeno chiamato progresso. Certamente non possiamo tornare a vivere sugli alberi, e non credo che questo sia il modo di evitare i problemi sopra citati. Forse estremizzando, sarebbe come risolvere i problemi creati dal progresso cancellando il progresso.
    La questione in questo caso risiede nella complessità che ogni oggetto porta con sè e che si riflette sul suo utilizzo nella vita di tutti i giorni. L’oggetto non dev’essere un’”arma”, un intralcio, non vogliamo essere condannati ad utilizzarlo. Dovrebbe esere più un prolungamento delle nostre braccia, un’estensione delle nostre capacità e dei nostri sensi. Questa non è
    assolutamente una cosa scontata e automatica. Tutto dipende dal rapporto
    oggetto-utilizzatore, dall’interfaccia, sia che si tratti di un’automobile, di un computer, di un tostapane, di un cavatappi o di una sedia. Un oggetto che interagisca correttamente col suo utilizzatore, senza creare più problemi di quelli che sisolve (possibilmente senza crearne affatto), necessita di un’attento studio e progettazione.

    “La prossima volta che non riuscite a capire subito come funziona la doccia
    dell’albergo o a far funzionare un modello non abituale di televisore o di forno, ricordatevi che il problema è nel design. E la prossima volta che prendete un oggetto inconsueto e lo usate senza intoppi e senza sforzo al primo tentativo, soffermatevi ad esaminarlo: la facilità d’uso non è effetto del caso. Qualcuno ha progettato l’oggetto con cura e competenza.”
    La caffettiera del masochista, D.A.Norman (vedi più info sul libro)

    Progettare oggetti che non “feriscono” è possibile!
    La progettazione degli oggetti andrebbe quindi affidata a persone competenti, ma chi sono queste persone competenti? e quali sono le motivazioni che spingono un progettista ad essere competente?

  2. Nicola Esculaci Says:

    Lo scopo del mio primo “articolo” era quello di rendere evidente che gli oggetti in quanto tali, cioè per loro stessa natura, si scontrano con l’uomo. Questa tensione esiste, quindi l’unica cosa che ci resta da fare è cercare di renderla il più sopportabile possibile. Esistono molti modi per farlo, ad esempio ci sono progettisti che rendono i loro oggetti buffi, spiritosi; altri cercano di raggiungere il massimo grado possibile di ergonomia, altri ancora caricano di significati estetici le loro creazioni.
    Chiaramente più è alto il grado di complessità di un oggetto più cercare di ridurre la tensione che porta con se è difficile.
    A complicare la questione c’è anche il fatto che un oggetto può essere un ostacolo sia in rapporto alla sua dimensione fisica sia a quella comunicativa e in entrambe può ferire o appagare.
    Lo studio del rapporto tra oggetto e uomo deve quindi tenere conto di innumerevoli materie. Alcune di queste si possono misurare, come l’usabilità, ma altre sono più sfuggevoli e difficili da quantificare come l’esperienza estetica che un determinato oggetto può suscitare in chi lo osserva.
    Manteniamoci per ora solo nel campo dell’usabilità, nel senso più ampio del termine, sono daccordo sul fatto che si possano realizzare oggetti che non “feriscano”, o che lo facciano il meno possibile, affidando il progetto a persone competenti e sono convinto che qualsiasi progettista che abbia riflettuto un minimo sul significato del design capisca quale grossa responsabilità porta sulle spalle e che si senta in dovere di acquisire quelle conoscenze che gli permettano di creare oggetti che veramente migliorino la vita di chi li utilizza.
    Anche se chiaramente questo discorso tralascia molte sfumature il problema sorge nel momento in cui si considera anche tutto quel carico comunicativo che gli oggetti portano con loro.

  3. Zagor Fiendini Says:

    Gli oggetti ‘contengono’ complessità in misura crescente ed è compito del designer saperla controllare per offrire agli utenti oggetti utili e appaganti, e non ostacoli. Concordo sul fatto che questa sia una grossa responsabilità, e che per la riuscita di un buon progetto sia indispensabile che qualcuno (il designer) se ne faccia carico.
    Il problema è dunque affrontare i diversi aspetti che compongono la complessità per riuscire a ‘domarla’.
    Quanto peso dare alla funzionalità-usabilità, alla comunicazione, all’estetica? Come miscelarle per poi approfondirle più nel dettaglio?
    La mia opinione personale è che un oggetto debba avere un’ottima usabilità sacrificando, se necessario, gli aspetti estetici. Ma se il cliente-utente dell’oggetto che sto progettando intende acquistare un oggetto per le sue caratteristiche estetiche, ritenendo secondaria l’usabilità?
    E’ quindi più giusto progettare sulle esigenze dell’utente oppure proporre all’utente un oggetto che veicola i principi progettuali ritenuti giusti dal designer?
    Spesso non si verifica nessuno dei due casi: si crea un bisogno all’utente risolvibile con il bene/servizio che permette il maggior profitto per l’impresa.
    Tralasciando momentaneamente questa ipotesi, probabilmente la risposta sta in una giusta applicazione di ambedue le richieste. Oggi sta prendendo piede l’User Centered Design (UCD, progettazione centrata sull’utente) in particolare per quegli oggetti con un molte componenti elettroniche, che non impone la volontà del progettista ma tiene conto dei bisogni (a volte anche inconsci) dell’utente.
    Contemporaneamente il design dovrebbe avere, ove possibile, una componente educativa. Il progetista dovrebbe avere la possibilità di far rispecchiare nel ‘suo’ oggetto dei valori morali (es: l’utente richiede un oggetto dalle prestazioni X ma che inquina. Il designer propone un oggetto dalle prestazioni X-1, che garantiscono comunque un utilizzo soddisfacente ma che consentono un ciclo di vita del prodotto compatibile con l’ambiente).
    Credo che un giusto equilibrio di queste due ‘componenti’ del progetto garantisca una buona base per interpretare e ‘domare’ le complessità della progettazione di oggetti positivi e non più ostacoli.

  4. Jester Simon Says:

    Voglio cominciare legandomi a quello che Nicola ha scritto nel suo secondo intervento. Sostanzialmente lui dice, se non ho capito male, che l’usabilità, o meglio come creare un oggetto che sia funzionale e ‘progettato per l’uomo’ è possibile e che questa caratteristica è misurabile in un oggetto. Sono abbastanza d’accordo, esistono test e esperimenti che possono dire se un oggetto ha un grado di usabilità maggiore di un altro, quindi io posso imparare a tenere conto di determinate caratteristiche in modo da soddisfare questa esigenza. Ma chi te le insegna queste cose? Chi ti dice quali caratteristiche deve avere un oggetto per risultare immediato e semplice nel suo utilizzo? All’università? Qualcosa ti dicono ma quasi sempre una marea di aspetti un po’ più sfumati nessuno li tratta, il ruolo del colore, delle texture tattili, della forma che invita a un certo movimento piuttosto che a un altro. Certo si possono cercare libri su questi argomenti, qualcosa si trova anche ,però è ridicolo che l’istituzione che per prima dovrebbe formare non faccia qualcosa. (Una idea potrebbe essere creare, e questo sito mi sembra un posto adatto visto che in un certo senso siamo qui perché abbiamo deciso di arrangiarci, una sorta di biblioteca ideale di chi studia design.) Andando oltre vorrei, partendo da quanto scrive Zagor (proprio come il fumetto) nella sua seconda risposta, dire che ‘progettare sulle esigenze dell’utente’e ‘proporre all’utente un oggetto che veicola i principi progettauli ritenuti giusti dal designer’ non sono due cose che si auto escludono anzi si potrebbe quasi dire che sono la stessa cosa se il designer fa vero design invece di preoccuparsi di vedere le sue creazioni fotografate su qualche rivista, il problema sorge (facciamo finta che si comprendano a pieno le esigenze dell’utente) quando i principi progettuali del designer non sono corretti.

  5. Arrow Mac Says:

    A parte il fatto che tornare a vivere sugli alberi non mi sembra poi così male…niente traffico, niente stress… va beh, a parte questo, credo che il vero problema non sia l’oggetto in se, piuttosto l’essere uomo che lo adopera. Vero è che gli oggetti possono sempre essere migliorati, un ritocchino qua, un’aggiuntina la, un restiling dell’oggetto, per renderlo più bello, più gradevole, più alla portata di tutti…, senza pensare al fatto che spesso è solamente il mercato a forzarne lo sviluppo, per trovare a tutti i costi nuove possibili fonti di guadagno, per poter continuare questo ciclo sempre più frenetico e caotico di produzione-consumo, come un serpente che si morde la coda!! E’ vero che esistono molte cose che possono essere migliorate, come per esempio la famosa porta scorrevole di cui si parlava prima (vedi articolo ‘la voce degli oggetti’) ma, nessuno si è mai chiesto perché cavolo una semplice porta è stata trasformata in un “aggeggio” elettronico che per funzionare a bisogno di un manuale di istruzioni? Qualcuno potrà contestare che, essendo ormai nel ventunesimo secolo le normali porte erano diventate obsolete ma, adesso con un semplice dito possiamo aprirle tutte… E allora sono solo i più imbecilli che trovandosi di fronte al “futuro” rimangono interdetti e completamente disorientati? O forse sono solo quei 5-6000 anni di abitudine ormai profondamente radicati nel nostro dna che ad un tratto si trovano su un terreno sconosciuto e si domandano dove c…. sia finita quella stupida maniglia??

    “…ci stanno togliendo l’uso delle mani…”
    (M.Corona, scultore e alpinista)

    E’ sempre il “progresso” il responsabile di questa involontaria regressione, di questo sviluppo-limitativo. I nostri figli cresceranno con il computer, un bene? Saranno ancora in grado di scrivere, o lo faranno tramite dettatura ad una macchina? Svilupperanno quella fantasia che era una volta così necessaria per giocare, o cresceranno tra giochi elettronici tuttofare come già succede oggi? E’ questo che mi preoccupa, è proprio così necessario il miglioramento a tutti i costi, l’uso di tecnologie e soluzioni sempre più sfrenate, la ricerca della perfezione nella qualità della vita, quando è già da tempo che possiamo considerare la nostra qualità della vita ben al di sopra di ogni aspettativa? La soluzione dei problemi non ci porterà, estremizzando, ad una società del tutto incapace di reagire perché abituata all’assistenza perfetta?

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