Archivio per ottobre, 2005

Compositori

Per un po’ di tempo, forse troppo siamo rimasti fermi. Vacanze, problemi tecnici e poi la volontà di dare all’infundibolo uno spazio nuovo e più funzionale mi hanno tenuto lontano da questo blog. Ora che Zagor, il grande architetto virtuale, mi ha ridato la chiave della porta ricomincio con il mio diario. Prima di tutto voglio quindi assicurare tutti coloro che frequentavano questo luogo di incontro che l’infundibolo funziona ancora e che il mio impegno non è diminuito.

In questi mesi come al solito mi sono posto molte domande alcune di queste anche sul design. In particolar modo una sera a cena con amici è nata una discussione interessante sulla creatività che mi ha portato a fare alcune riflessioni. Tutto è partito parlando di film, la tesi di uno dei presenti era che nella maggior parte dei casi i registi sono più creativi e originali all’inizio della loro carriera. Molte sono le cause emerse a giustificare questo declino creativo: forse i registi da giovani sentono di dover dimostrare qualcosa che con il tempo perde di consistenza, quelle innovazioni che si possono portare nel mestiere agli inizi sono difficili da abbandonare in favore di una nuova sperimentazione, il mercato se apprezza i primi lavori di un regista gli “impone” di continuare con quello stile, i miliardi costano compromessi, ecc.
A questo punto la discussione si è spostata ad altri campi per la necessità di portare esempi diversi e siamo finiti nella musica, qui si è verificata la separazione che secondo me vale la pena di mettere in evidenza: nella musica rock e pop abbiamo riscontrato come spesso la parabola creativa degli artisti poteva essere paragonata a quella dei registi ovvero anche nella musica i primi lavori sono quelli veramente indimenticabili e nuovi ma nella musica classica invece la creazione di un compositore non percorre questo tragitto, la quantità di creatività presente nelle opere rimane costante e le opere prime non sono necessariamente le migliori e in ogni caso le ultime non sono quasi mai le peggiori.
Cosa sto cercando di dirvi? Calma…
Cosa differenzia un compositore di musica classica da un gruppo rock?
Il metodo. Prima di continuare vi prego di capire che non sto dicendo che sia meglio la classica del rock, chi compone questi differenti generi nella maggior parte dei casi ha differenti modi di approcciarsi al processo creativo. (Se pensate che non ami il rock andate a leggervi il mio profilo personale) Il rock è una musica da un punto di vista tecnico musicale semplice, ed è questa la sua bellezza, la sua spontaneità e il fatto che possa essere capita da tutti e che parli a tutti. Chi scrive musica rock in molti casi non applica un metodo compositivo, conosce la musica e cerca di usarla in modo immediato per esprime una passione che sente nascere dentro e che vuole condividere con gli altri, usa la musica per dare voce alla propria anima nel momento stesso in cui questa comincia a parlare. Chi compone musica classica invece ha una maggior padronanza del linguaggio che sta adoperando ma come tutti i linguaggi più complessi necessità di una elaborazione puntuale e rigorosa, è una composizione più strutturata ma non per questo meno originale, magari che passa dalla mente più di quella del musicista rock.
Il designer dovrebbe cercare di diventare un compositore di musica classica, dovrebbe avere un metodo di progettazione ben strutturato e non aspettare che dal cielo gli arrivi l’illuminazione senza per questo rinunciare alla creatività. Nel momento in cui nella testa di un designer nasce l’idea, covata dalla ricerca e dall’osservazione attenta di ciò che lo circonda, avere a disposizione un metodo strutturato per dare corpo a questa idea e per farla crescere garantisce sempre un carta originalità e freschezza.
Tante belle parole ma poi?
Se guardate quali sono i prodotti di design che sono resistiti alla prova del tempo nella maggior parte dei casi sono opere di progettisti che hanno un metodo progettuale e che sanno bene nutrire un idea prima di lanciarla nel mondo. Di questi progettisti le ultime opere sono ancora originali e fresche come le prime e non perché sono stati baciati da Dio quando erano nella culla, contemporaneamente guardate come designer contemporanei a volte osannati del pubblico stiano già mostrando come la loro grande vena creativa si stia trasformando in un semplice e continuo ripetersi di forme.
Il metodo non uccide la creatività, al contrario la mantiene giovane e sana.

Satelliti in rotta di collisione

Prima di tutto mi scuso per averci messo tanto a scivere questo benedetto articolo, si è appena conclusa la settimana dell’orgia milanese del design e non sono mancati gli spunti di riflessione però mi sono preso qualche giorno per cercare di metabolizzare quello che ho visto onde evitare di dare giudizi troppo affrettati.
Per chi non lo sapesse il salone del mobile ha numerose escrescenze, una di queste è il salone satellite. Il salone satellite, almeno per come me lo immagino io, dovrebbe essere un luogo in cui giovani designer presentano i propri lavori. La cosa particolarmente interessante è che, all’ombra di un evento colossale dei ragazzi si possano incontrare e conoscere, vedere i progetti degli altri e confrontarli con i propri e tutto questo per di più in un luogo accogliente e allestito apposta per questo.
Se nel salone tradizionale vengono presentati oggetti che sono o quasi in produzione e che quindi hanno già superato, a volte scendendo a compromessi le esigenze del mercato, all’interno del satellite ci sarebbe virtualmente la possibilità di presentare anche delle sperimentazioni. Nessuno si impressionerebbe di trovare all’interno di quelle infinite “bancarelle” che compongono questa esposizione qualche soluzione azzardata, magari impossibile ma che permette di guardare ad un certo problema da un punto di vista diverso, ma purtroppo le cose non vanno sempre così.
Prima di continuare devo fare una riflessione: il mobile, il complemento di arredo e simili non è sicuramente un mondo in cui è facile progettare, soluzioni non ne esistono perché è il problema stesso che non esiste, nessuno ha veramente bisogno di un nuovo progetto di sedia o di tavolo. E’ un liguaggio nel quale non c’è più la possibilità di coniare nuovi sostantivi e così tutti finiscono per produrre aggettivi, anche bellissimi ma che non servono poi a molto ai fini della comunicazione. Contemporaneamente è però il mondo in cui viene più voglia di mettere le mani perché culturalmente il design lo si immagina rappresentato da una sedia e perché un conto è progettare un tavolo e un conto è progettare una motrice per treni.
In ogni caso, anche dopo questa considerazione, bisogna ammettere che questo satellite (l’anno scorso non era molto diverso) ha proposto ben poco di interessante. Se ci si trova di fronte la grande possibilità di sperimentare anche trascurando alcuni aspetti del progetto, ci si aspetterebbe qualcosa di veramente extra-vagante. Preoccupante è come molte delle cose proposte siano invece così simili a cose viste e riviste. Mancano le idee oppure questa passione morbosa verso i musei di design ha finito per crearci un vocabolario formale dal quale non riusciamo a distaccarci più di tanto? Forse abbiamo reso le grandi icone del passato talmente ingombranti da ritrovarci improvvisamente non in grado di creare qualcosa di diverso. In ogni caso se l’incapacità di distaccarsi dall’ormai invadente visione del design come uno spettacolo effimero di forme e di colori sta impoverendo così tanto anche quelli che dovrebbero dare idee nuove, forse è l’ora di distruggere l’immagine che ci siamo costruiti dei nostri padri e di sbarazzarci delle loro sacre eredità.
Quando invece la ricerca si presenta è quasi sempre espressa tramite l’utilizzo di materiali nuovi o inaspettati in quel particolare oggetto e così abbiamo sedie fatte di gomma o di qualsiasi altro materiale. Ma quando tra qualche hanno avremo la stessa sedia fatta di marzapane o di merda secca cosa ci rimarrà di questa esperienza? Raramente infatti viene usato un particolare materiale per le sue vere proprietà fisiche e per dimostrare che un oggetto che si è sempre fatto di metallo ora si può anche fare di plastica e forse è meglio perché la plastica ha certe proprietà diverse da quelle del metallo, il più delle volte è come se si dicesse: “Guarda qua, tu conosci questa sedia, l’hai sempre vista fatta di metallo e come per magia l’abbiamo fatta di mattoncini di lego, di la verità non pensavi che si potesse fare?”
Un ultima cosa ancora mi sento di dirla, forse altri come me girando per il salone satellite si sono trovati di fronte a oggetti che dicevano poco, a volte però chiedendo spiegazioni ai progettisti si scoprono soluzioni inaspettate che a prima vista non si potevano intuire. Non si tratta di un negozio di mobili è una mostra fatta da designer principalmente per designer e allora perché non fare delle tavole sintetiche che spieghino i progetti? Così uno vedendo un tavolo apparentemente anonimo capirebbe subito che invece il meccanismo per incastrare le gambe e in fine il ripiano è semplice e tutto ad incastro senza quindi bisogno di viti. La produzione di un oggetto per un designer è solo il termine di un percorso e può essere interessante capire quale sia questo percorso che quasi mai è completamente leggibile nell’oggetto stesso.
Quali sono le cause di tutto questo? Non è facile dirlo, forse paradossalmente nell’era dell’informazione che viaggia in tutto il mondo in un istante è più difficile creare contenuti, o forse un vecchio fraintendimento ha creato l’idea che il design sia un gesto libero, artistico e non un mestiere che richiede lavoro e vera ricerca.

Ma per chi lo facciamo?

 

Quando ho cominciato a studiare disegno industriale mi sono chiesto, come credo abbiano fatto tutti, cosa volesse dire fare design. Mi sono chiesto quale dovesse essere il ruolo del designer nella società, quale dovesse essere il suo rapporto con le aziende e con le persone che poi utilizzeranno gli oggetti da lui progettati. Le risposte che ho trovato a queste domende non le ho mai ritenute definitive, le ho però prese come guida in quello che stavo facendo, mi sono detto che tipo di persona volessi diventare e cerco in ogni circostanza di comportarmi di conseguenza. Insomma mi sono creato una definizione di cosa deve essere un designer e faccio di tutto per rientrare in quella definizione. Non sono sicuro di avere ragione, quello che sono e la mia cultura mi ha portato a fare certe scelte piuttosto che altre.
Una delle tante piccole conclusioni alle quali sono arrivato si potrebbe sintetizzare con la frase: il design non è progettare oggetti belli. Voglio dire che sarebbe impoverente per questo lavoro se tutto si esaurisse con il disegnare un bel lavandino che stupisca per la sua forma.
Nell’articolo ‘cuspidi‘ viene detto che gli aspetti che ci si trova a dover prendere in considerazione sono innumerevoli e che si presentano come dei bivi o appunto delle cuspidi di fronte alle quali bisogna decidere in che direzione proseguire. Su questo sono daccordo, e credo che siano la cultura e le conoscenze del progettesta che gli forniscono i mezzi necessari a fare una scelta. Oggi però sembra quasi che molte di queste cuspidi non le si affronti neppure, forse perchè manca la capacità o la volontà di vederle per quello che sono. Oggi per esempio manca l’idea importantissima che il design abbia una valenza sociale. Le aziende sanno bene che i loro prodotti possono esrcitare un enorme influenza sulla società, alcune imprese lavorano ormai solo per incrementare questo aspetto dei loro prodotti trasformandoli in oggetti simbolo e culto. Il problema è che il disegno industriale non dovrebbe assecondare queste tendenze, dovrebbe cercare di migliorare la società non di diventarne l’oppio, una rivoluzione comprende anche il dare nuova forma agli oggetti, lo sapevano bene le avanguardie artistiche che univano al design un desiderio di cambiamento e di miglioramento.
Perchè tutto questo oggi non esiste più? Sono le divisioni marketing che progettano e noi dobbiamo solo disegnare quello che loro ci dicono? Il designer deve mettere cultura negli oggetti, deve fare scelte e a volte dovrebbe decidere di progettare qualcosa per migliorare i comportamenti delle persone. Quello che chiede il mercato non è necessariamente giusto e santo, a volte andrebbe combattuto. Il ruolo del designer, si è già detto mille volte, è un ruolo di responsabilità perchè gli oggetti entrano a far parte della nostra vita quotidiana e la condizionano e come una sedia può indurci ad assumere una postura sbagliata che potrebbe far male alla nostra schiena così un qualsiasi oggetto può farci assumere un atteggiamento sbagliato nel nostro modo di vivere e distorcere i nostri valori.
La proliferazione alla quale stiamo assistendo oggi di oggetti belli e basta, fatti per riempire le pagine di stupide riviste patinate e per lasciare a bocca aperta le persone difronte a futuristici shoow-room non solo ha fatto perdere ai designer il loro roulo ma ha anche inaridito questo mondo, lo ha trasformato in uno spettacolo che tutti possono condurre. Il design è diventato un prodotto commerciale a sua volta, un vantaggio competitivo, un etichetta da mettere vicino alla data di scadenza.

Mali (in)curabili

Ogni volta che si ha a che fare con una persona si rimane inevitabilmente condizionati, si assorbono idee, si imparano cose e ci si confronta. Tutto questo, il più delle volte, avviene senza che ce ne accorgiamo. Questo processo si sviluppa in tutte le direzioni, è quindi evidente che noi stessi condizioniamo gli altri quando interagiamo con loro. Portiamo adosso l’impronta delle persone con le quali abbiamo a che fare e sulle quali a nostra volta abbiamo lasciato un segno. Di questi segni che ci portiamo sulla pelle alcuni sono appena visibili, altri sono molto evidenti, tra questi ultimi il più delle volte ci sono quelli lasciati dai genitori o dagli amici più cari e quasi sempre da quelli che decidiamo di prendere come nostri insegnanti. A questo punto del ragionamento però nasce un problema, e se queste persone che ci plasmano, a volte in modo inconsapevole come se fossimo creta non fossero dei bravi scultori? Non voglio mettermi a parlare dei genitori perchè è un discorso troppo complesso, che rientra nella psicoanalisi e che non sono in grado di fare voglio però riflettere su un’altro ruolo fondamentale nella crescita di una persona: il professore. Il professore(1) è un ruolo al quale troppo spesso non vengono riconosciute delle responsabilità enormi, egli infatti non deve solamente insegnare delle cose ma deve anche iniziare l’alievo al mondo. Il professore infatti fa quello che in età prescolare viene fatto dai genitori ed è spesso il primo adulto esterno alla famiglia con cui si ha a che fare nella vita. Se un professore insegna la sua materia e basta, senza stimolare intelletualmente i suoi allievi e senza dare loro nulla di più di quello che si potrebbe avere leggendo un libro di testo non si può dire che stia facendo il suo lavoro. Ma se penso alla mia esperienza, concentrandomi soprattutto negli anni dell’università, sarei già felice se tutti i miei professori fossero stati almeno così(2). Il problema è che spesso dall’alto delle loro cattedre parlano con sufficienza e superficialità senza degnare i loro allievi di un rapporto umano e figuriamoci paritario. Persino gli atteggiamenti più naturali che ognuno di noi segue per rispettare l’altro vengono dimenticati. Il dialogo e il confronto viene abolito alla luce di un semplice quanto idiota ragionamento secondo il quale lo studente non è in grado di dare nulla all’insegnante perchè è “meno”. Alcuni di questi comportamenti saranno anche causati in parte dal molto lavoro che devono fare, dalla burocrazia dilagante che sono costretti a subire però è troppo poco per giustificarli. Purtroppo però questo problema non si può risolvere tanto facilmente, non esiste una patente per insegnare (anche se forse dovrebbe esistere) e chiunque o quasi può farlo, squilibrati, nevrotici, maniaci di ogni tipo. Forse dovremmo imbracciare le armi e ribellarci, in ogni caso un cattivo professore si può riconoscere e quindi si può fare di tutto per non ascoltarlo e non farsi influenzare, il cattivo professore si sente superiore, è convinto di essere meglio e di essere necessariamente più intelligente dei suoi studenti, un cattivo professore non ascolta, un cattivo professore riversa sui suoi allievi il suo stato d’animo, un cattivo professore è permaloso e umilia i suoi studenti. Certo il problema rimane, per quello l’unica cosa è ricordarsi, quando magari saremo noi professori, di non essere come loro.

1- In questo grande insieme rientrano anche i vari allenatori o cose del genere.

2- Per fortuna esistono anche persone che insegnano e che lo fanno bene, spinti dalla passione e dall’amore per la loro disciplina e per l’insegnamento sono in grado di dare moltissimo ai loro allievi. Persone pronte al confronto, umili e consapevoli che non si smette mai di imparare, capaci di trattare i loro studenti con rispetto.

Jester Simon

Qualche giorno fa Nicola Esculaci mi ha scritto chiedendomi di collaborare in modo più continuo con l’Infundibolo Cronosinclastico, normalmente ho paura di questi impegni perchè finisco per non mantenerli ma Nicola dopo numerose e-mail è riuscito a convincermi. Il nome che ho deciso di dare a questa rubrica “L’uomo più arrabbiato del mondo” non vuole descrivere necessariamente ne il mio stato d’animo ne lo spirito con il quale ho intenzione di scrivere gli articoli. Devo però anticipare che non ho intenzione di preoccuparmi troppo del modo in cui dirò le cose e dal momento che non ho molto di cui preoccuparmi visto che secondo le comuni definizioni non esisto, non devo neppure preoccuparmi di perdere la faccia.