Archivio per la categoria 'riferimenti esterni'

non ha la testa!

Questa mattina in metropolitana vicino a me c’era una mamma con due bambini. Il più grande ad un certo punto prende il suo sacchettino pieno di Gormiti e lo mostra ad una signora che che si trovava lì vicino.

Ne estrae uno, poi un’altro, e mentre li mostra riscuote lo stupore e le domande ammirate della sua interlocutrice. Il secondo estratto era simile (non sono sicuro se esattamente quello) a quello nell’immagine in alto…

<< E questo come si chiama? “Senzatesta” ? Non ha la testa… >> fa notare la signora.

Il bambino non pronuncia nessuna parola ma lo sguardo un po’ perplesso e un po’ pensieroso va sul modellino del Gormita e sembra dirsi:

Accidenti!, non me n’ero mai accorto! …e adesso come faccio? cosa le dico…

.

A parte il fatto che forse il Gormita aveva un volto molto vagamente antropomorfo, comunque molto mitetizzato nella struttura del tronco, questa scena mi ha fatto riflettere per un attimo su come una persona adulta vede una mancanza perché confronta l’oggetto con un archetipo di riferimento che si è costruito attraverso l’esperienza. Mentre il bambino accetta come normale e “giusta così” la forma che non ha (o ha in modo minore) riferimenti pregressi.

Non sono esperto di scienze dell’apprendimento, e non voglio addentrarmi in considerazioni che potrebbero essere troppo imprecise. Tuttavia mi stupisce sempre un po’ come i bambini siano in grado di percepire con occhi nuovi e slegati da condizionamenti. Il mio desiderio è quello di preservare questa preziosa dote ( utilissima per un designer ) che il tempo tende ad opacizzare e a condizionare silenziosamente.

La percezione di ciò che non si può percepire

percezione sopra o sotto

[fonte foto]

— Guarda la pioggia… — disse l’uccello Guida.
– La sto guardando! che altro c’è da guardare?

– Cosa vedi?

– Come sarebbe a dire, stupido uccello? Vedo solo un mucchio di pioggia. E’ solo acqua che cade.

– Che forme distingui nella pioggia?

– Forme? Non c’è nessuna forma. E’ solo, solo…

– Solo un gran casino — disse l’uccello Guida.

[...]

– Dimmi cosa vedi!

– Solo un effetto laser, stupido uccello.

– Lì non c’è niente che non ci fosse prima. Sto solo usando la luce perchè tu guardi come sono certe gocce in certi momenti. Ora cosa vedi?

La luce si spense.

– Niente.

– Sto facendo esattamente la stessa cosa, ma con la luce ultravioletta. Non riesci a scorgerla.

– Ma che senso ha mostrarmi una cosa che non posso vedere?

Vorrei farti capire che il semplice fatto di vedere una cosa non significa che quella cosa si trovi lì. E se non vedi una cosa non significa che essa non sia lì: tu vedi solo ciò che i tuoi sensi ti fanno percepire.

[Douglas Adams, Praticamente innocuo]

Ecco una secondo breve estratto da “Praticamente innocuo”.
Questa volta si tratta di un dialogo fra la bambina Casualità (è il suo nome) e l’uccello Guida. L’uccello effettua una serie di prove per sintonizzare il suo modo di esprimersi e comunicare con quello della bambina.

Alla fine si giunge all’interessante riflessione sul fatto che non sempre quello che percepiamo corrisponde esattamente a cio che esiste nel mondo fisico. A volte (seppure raramente) possiamo percepire delle immagini illusorie oppure, più spesso, non percepiamo cose che invece esistono ma sono al di fuori delle nostre capacità sensoriali o cognitive.

Interessante quindi esplorare il funzionamento della percezione umana e i suoi limiti, in funzione della quale possono derivare delle scelte progettuali.
Affascinante e forse un po’ inquietante non essere perfettamente sicuri di ciò che vediamo, e di ciò che non possiamo vedere.
E tutto questo moltiplicato per 5, perchè sebbene spesso si faccia riferimento alla vista, lo stesso vale per gli altri sensi. Senza contare che a volte essi creano ponti fra di loro (sinestesie).

Le cose che non si possono in alcun modo rompere

emercency out of order

[fonte foto]

…varie persone che andavano a lavorare nei palazzi destinati ad accogliere il condizionamento automatico, parlarono con i tecnici addetti al Respir-Intell, e il dialogo si svolse circa così.

— Ma, se vogliamo aprire le finestre?

— Non avrete bisogno di aprire le finestre con il nuovo Respir-Intell.

— Sì, ma supponiamo che volessimo solo aprirle per un po’?

— Non avrete bisogno di aprirle nemmeno per un po’. A tutto provvederà il nuovo sistema Respir-Intell.

— Uhm.

— Godetevi il Respir-Intell!

— Va bene, e se il Respir-Intell si rompesse, funzionasse male o cose del genere?

— Ah! Una delle caratteristiche più intelligenti del Respir-Intell è che non può in alcun modo rompersi. Proprio così. Di questo non dovete assolutamente preoccuparvi. Godetevi i vostri respiri, adesso, e buona giornata.

(Fu naturalmente a causa dei Grandi Tumulti per la Ventilazione e il Telefono di SrDt 3454, che ora tutti i congegni meccanici, elettrici, quanto meccanici, idraulici e anche a energia eolica, a vapore o a pistoni devono per legge recare una certa scritta. Per quanto piccolo sia l’oggetto, i suoi progettisti sono costretti a infilare da qualche parte la scritta, perché essa è in fondo destinata a richiamare più la loro attenzione che quella dell’utente.

La scritta dice:
La principale differenza tra una cosa che potrebbe rompersi e una cosa che non può in alcun modo rompersi è che quando una cosa che non può in alcun modo rompere si rompe, di solito risulta impossibile da riparare.”)

[Douglas Adams, Praticamente innocuo]

Questa citazione tratta da Adams mi ha fatto sorridere, e mentre sorridevo mi sono accorto che portava con se degli argomenti importanti per un progettista. La riporto qui per condividerla con tutti, e con il proposito di presentarne altre in futuro.

L’osservazione finale è tanto spiritosa quanto vera! strizza l’occhio alla legge di Murphy e predice catastrofici guasti per contrappasso a chi tenta di produrre l’oggetto perfetto (“che non si può in alcun modo rompere”).

Gli insegnamenti per il progettista quindi sono (in ordine sparso):

  • tentare di progettare un oggetto perfetto va bene, ma non illudersi di esserci riusciti; qualcuno o qualcosa troverà prima o poi il modo di provocare un guasto
  • prevedere che le cose si possono guastare; e di conseguenza prevedere un modo per ripararle facilmente
  • se non è conveniente riparare prevedere una facile sostituzione, e di conseguenza un facile smaltimento (vedi disassemblabilità, oggetti monomaterici, ecc)
  • meno componenti ci sono e meno sono i componenti che potranno guastare: la semplicità (ragionata) paga anche sotto questo aspetto.

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Cos’è il colore

colore.jpg

Vorrei proporre questo brano che mi è capitato di incontrare oggi quasi per caso navigando.
Si parla di colore, o meglio di cosa è il colore.. ma non voglio aggiungere altro per lasciarvi subito gustare la lettura di questa perla.

Il colore è un fenomeno. E’ un prodotto della nostra attività cerebrale. Fuori di noi non c’è nessun colore, ma solo delle radiazioni elettromagnetiche che, interagendo con la materia, sono da noi trasformate in valutazioni cromatiche. Mi colpisce il fatto che noi giudichiamo il mondo, dal punto di vista visivo, non conoscendo il mondo, ma il suo contrario…
E dunque quando nessuno li guarda i colori non esistono. Il colore entra nel mondo al mattino ed esce alla sera. il nostro sguardo è fecondatore. Possiamo anche dire così: il colore nasconde la tragedia o la catastraofe dei bordi delle cose…
Il colore arricchisce notevolmente la varietà fenomenica. Ci sono culture che lo rifiutano proprio per questo, preferendogli la forma, per la sua costante oggettualità, mentre il colore è variabile, inafferrabile. Il colore è una proprietà della luce, e la luce si è sempre identificata con la vita…

[ Narciso Silvestrini, "I nodi del colore"
in Nodi a cura di Marco Belpoliti e Jean-Michel Kantor, Marcos y Marcos, 1996, Milano ]

[ foto http://www.flickr.com/photos/muckster/64816787/in/pool-catchy/ ]

Barattoli, oggetti e nient’altro

barattoliAvevo circa quattro anni e trafficavo in giardino davanti alla portafinestra della cucina: ero affascinato da dei bottiglioni da vino di vetro verde che erano stati lavati e asciugavano al sole. Ho messo un po’ d’acqua dentro uno di questi e quando poi l’ho versata per terra, insieme all’acqua è uscito dalla bottiglia anche un grosso calabrone morto. Ho chiamato mia nonna per farle vedere e lei, affacciandosi dalla cucina ha detto soltanto, con gran meraviglia: “oh, che capolavoro!”. Non avevo mai sentito quella parola e ho pensato che avesse a che fare con grossi calabroni neri usciti da grosse bottiglie verdi.
È il mio ricordo più vecchio.

“Siccome sulla strada c’era un sasso largo e piatto, Giovanni vi si sedette, a capo chino e come volesse interrogare con lo sguardo un aspergitore di verderame che si trovava oltre il cancello di ferro battuto, nel bellissimo giardino così simile a quelli delle sue vacanze fiorentine. È proprio vero che certi oggetti, certi utensili trascurati dalla poesia, a volte sembrano sul punto di parlare, di guardarci attraverso il beccuccio spara-verderame per dirci una verità che finalmente si distacchi dall’amorfa contestualità dell’universo; ma di raccolte di versi dedicate a un aspergitore di verderame non ne esistevano: la demoniaca banalità che si insedia nella mente degli artisti dopo due o tre anni di attività predilige sempre la sofferenza, il dolore, e, quando va bene, l’amore…”.
[Francesco Carrozza, Quasi tutto come allora , § 247, pp. 586-587(1). ] (altro…)