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Conflitti interni

Da qualche giorno ho come l’impressione di far parte di una enorme menzogna e questo non mi piace per niente.
Io sono da sempre un promotore di un design che abbia valore, chiamatelo come volete, chiamatelo come faceva Munari “good design”, qualcuno lo chiama design radicale, non importa, il senso è più o meno lo stesso, un design che crei oggetti che non siano ostacoli(per citare Nicola Esculaci). Quale sia il percorso da fare perchè questo avvenga non lo so con certezza è una strada che tutti percorrono a fari spenti, se però si ha una cartina con se al termine di questo percorso si troverà un oggetto che non è un ostruzione ma un oggetto che migliora le nostre vite.
Ho sempre creduto che il valore del design stesse proprio in questo se però non è così vuol dire che per quanto mi riguarda i designer sono solo dei servi di qualche imprenditore che vuole far soldi creando oggetti attraenti per accalappiare qualche imbecille.
I principi forti che io inevitabilmente riverso nel mio processo di progettazzione sono, se andate a vedere, più o meno sbandierati da tutti, persino le icone del design più chiassoso e alla moda parlano di oggetti accessibili a chiunque e allora come mai nella realtà le cose non vanno così?
E ancora, come mai i designer di oggi sembrano prediligere un design elitario ma privo di valore?
Maldonado dice che il designer sceglie la forma degli oggetti. Subito chiarisce però che queste scelte che possono sembrare libere sono in realtà prese all’interno di un sistema di priorità prestabilite.
I designer sono il mezzo con cui la società da forma agli oggetti.
Facendo il percorso inverso, se si è in grado di leggere la produzione di beni di consumo si può risalire prima a che tipo di progettisti stanno operando e successivamente a che tipo di società sta determinando le scelte progettuali.
Prendiamo le opere dei fratelli Castiglioni e vediamo quell’attenzione alla parsimonia, a creare oggetti che non diventino i protagonisti della nostra vita ma che semplicemente la rendano più piacevole. Era evidentemente una società in cui la parsimonia era un valore in cui dare a tutti la possibilità di avere in casa un oggetto bello e poetico era una volontà ben chiara.
Oggi, con le dovute eccezzioni, ci troviamo di fronte a una proliferazione di oggetti che sono l’auto celebrazione di se stessi, oggetti che non sono altro che la riproposizione di cose viste e riviste. I designer-prostituta propongono qualsiasi cosa pur di apparire e purtroppo anche i grandi vecchi ogni tanto cedono alla tentazione di mantenere quelle forme che li hanno resi famosi trasformandole in clichè. I produttori non vogliono o non possono rifiutarsi di cercare di accalappiarsi fette di mercato e così il design è diventato un marchio come tanti altri. Abusato, stuprato da un imprenditore e lasciato senz’acqua dai suoi stessi padri.
Forse non sto vivendo in una menzogna e sono i designer di oggi che semplicemente non riescono a capire le priorità stabilite dalla società perchè queste sono ben nascoste e mischiate con finte priorità molto più ingombranti, forse addirittura le priorità che dovrebbero guidare la progettazione sono rimaste le stesse ma non riusciamo più a vederle perchè ci siamo innamorati in modo morboso di quello che abbiamo fatto fin ora.
Non so quale sia la verità, se è la società che è cambiata o se il problema stia nei designer sicuramente però il design sta vivendo un momento di contraddizzione che necessita di essere risolto perchè la posta è il significato stesso di questa professione.

Compositori

Per un po’ di tempo, forse troppo siamo rimasti fermi. Vacanze, problemi tecnici e poi la volontà di dare all’infundibolo uno spazio nuovo e più funzionale mi hanno tenuto lontano da questo blog. Ora che Zagor, il grande architetto virtuale, mi ha ridato la chiave della porta ricomincio con il mio diario. Prima di tutto voglio quindi assicurare tutti coloro che frequentavano questo luogo di incontro che l’infundibolo funziona ancora e che il mio impegno non è diminuito.

In questi mesi come al solito mi sono posto molte domande alcune di queste anche sul design. In particolar modo una sera a cena con amici è nata una discussione interessante sulla creatività che mi ha portato a fare alcune riflessioni. Tutto è partito parlando di film, la tesi di uno dei presenti era che nella maggior parte dei casi i registi sono più creativi e originali all’inizio della loro carriera. Molte sono le cause emerse a giustificare questo declino creativo: forse i registi da giovani sentono di dover dimostrare qualcosa che con il tempo perde di consistenza, quelle innovazioni che si possono portare nel mestiere agli inizi sono difficili da abbandonare in favore di una nuova sperimentazione, il mercato se apprezza i primi lavori di un regista gli “impone” di continuare con quello stile, i miliardi costano compromessi, ecc.
A questo punto la discussione si è spostata ad altri campi per la necessità di portare esempi diversi e siamo finiti nella musica, qui si è verificata la separazione che secondo me vale la pena di mettere in evidenza: nella musica rock e pop abbiamo riscontrato come spesso la parabola creativa degli artisti poteva essere paragonata a quella dei registi ovvero anche nella musica i primi lavori sono quelli veramente indimenticabili e nuovi ma nella musica classica invece la creazione di un compositore non percorre questo tragitto, la quantità di creatività presente nelle opere rimane costante e le opere prime non sono necessariamente le migliori e in ogni caso le ultime non sono quasi mai le peggiori.
Cosa sto cercando di dirvi? Calma…
Cosa differenzia un compositore di musica classica da un gruppo rock?
Il metodo. Prima di continuare vi prego di capire che non sto dicendo che sia meglio la classica del rock, chi compone questi differenti generi nella maggior parte dei casi ha differenti modi di approcciarsi al processo creativo. (Se pensate che non ami il rock andate a leggervi il mio profilo personale) Il rock è una musica da un punto di vista tecnico musicale semplice, ed è questa la sua bellezza, la sua spontaneità e il fatto che possa essere capita da tutti e che parli a tutti. Chi scrive musica rock in molti casi non applica un metodo compositivo, conosce la musica e cerca di usarla in modo immediato per esprime una passione che sente nascere dentro e che vuole condividere con gli altri, usa la musica per dare voce alla propria anima nel momento stesso in cui questa comincia a parlare. Chi compone musica classica invece ha una maggior padronanza del linguaggio che sta adoperando ma come tutti i linguaggi più complessi necessità di una elaborazione puntuale e rigorosa, è una composizione più strutturata ma non per questo meno originale, magari che passa dalla mente più di quella del musicista rock.
Il designer dovrebbe cercare di diventare un compositore di musica classica, dovrebbe avere un metodo di progettazione ben strutturato e non aspettare che dal cielo gli arrivi l’illuminazione senza per questo rinunciare alla creatività. Nel momento in cui nella testa di un designer nasce l’idea, covata dalla ricerca e dall’osservazione attenta di ciò che lo circonda, avere a disposizione un metodo strutturato per dare corpo a questa idea e per farla crescere garantisce sempre un carta originalità e freschezza.
Tante belle parole ma poi?
Se guardate quali sono i prodotti di design che sono resistiti alla prova del tempo nella maggior parte dei casi sono opere di progettisti che hanno un metodo progettuale e che sanno bene nutrire un idea prima di lanciarla nel mondo. Di questi progettisti le ultime opere sono ancora originali e fresche come le prime e non perché sono stati baciati da Dio quando erano nella culla, contemporaneamente guardate come designer contemporanei a volte osannati del pubblico stiano già mostrando come la loro grande vena creativa si stia trasformando in un semplice e continuo ripetersi di forme.
Il metodo non uccide la creatività, al contrario la mantiene giovane e sana.

Satelliti in rotta di collisione

Prima di tutto mi scuso per averci messo tanto a scivere questo benedetto articolo, si è appena conclusa la settimana dell’orgia milanese del design e non sono mancati gli spunti di riflessione però mi sono preso qualche giorno per cercare di metabolizzare quello che ho visto onde evitare di dare giudizi troppo affrettati.
Per chi non lo sapesse il salone del mobile ha numerose escrescenze, una di queste è il salone satellite. Il salone satellite, almeno per come me lo immagino io, dovrebbe essere un luogo in cui giovani designer presentano i propri lavori. La cosa particolarmente interessante è che, all’ombra di un evento colossale dei ragazzi si possano incontrare e conoscere, vedere i progetti degli altri e confrontarli con i propri e tutto questo per di più in un luogo accogliente e allestito apposta per questo.
Se nel salone tradizionale vengono presentati oggetti che sono o quasi in produzione e che quindi hanno già superato, a volte scendendo a compromessi le esigenze del mercato, all’interno del satellite ci sarebbe virtualmente la possibilità di presentare anche delle sperimentazioni. Nessuno si impressionerebbe di trovare all’interno di quelle infinite “bancarelle” che compongono questa esposizione qualche soluzione azzardata, magari impossibile ma che permette di guardare ad un certo problema da un punto di vista diverso, ma purtroppo le cose non vanno sempre così.
Prima di continuare devo fare una riflessione: il mobile, il complemento di arredo e simili non è sicuramente un mondo in cui è facile progettare, soluzioni non ne esistono perché è il problema stesso che non esiste, nessuno ha veramente bisogno di un nuovo progetto di sedia o di tavolo. E’ un liguaggio nel quale non c’è più la possibilità di coniare nuovi sostantivi e così tutti finiscono per produrre aggettivi, anche bellissimi ma che non servono poi a molto ai fini della comunicazione. Contemporaneamente è però il mondo in cui viene più voglia di mettere le mani perché culturalmente il design lo si immagina rappresentato da una sedia e perché un conto è progettare un tavolo e un conto è progettare una motrice per treni.
In ogni caso, anche dopo questa considerazione, bisogna ammettere che questo satellite (l’anno scorso non era molto diverso) ha proposto ben poco di interessante. Se ci si trova di fronte la grande possibilità di sperimentare anche trascurando alcuni aspetti del progetto, ci si aspetterebbe qualcosa di veramente extra-vagante. Preoccupante è come molte delle cose proposte siano invece così simili a cose viste e riviste. Mancano le idee oppure questa passione morbosa verso i musei di design ha finito per crearci un vocabolario formale dal quale non riusciamo a distaccarci più di tanto? Forse abbiamo reso le grandi icone del passato talmente ingombranti da ritrovarci improvvisamente non in grado di creare qualcosa di diverso. In ogni caso se l’incapacità di distaccarsi dall’ormai invadente visione del design come uno spettacolo effimero di forme e di colori sta impoverendo così tanto anche quelli che dovrebbero dare idee nuove, forse è l’ora di distruggere l’immagine che ci siamo costruiti dei nostri padri e di sbarazzarci delle loro sacre eredità.
Quando invece la ricerca si presenta è quasi sempre espressa tramite l’utilizzo di materiali nuovi o inaspettati in quel particolare oggetto e così abbiamo sedie fatte di gomma o di qualsiasi altro materiale. Ma quando tra qualche hanno avremo la stessa sedia fatta di marzapane o di merda secca cosa ci rimarrà di questa esperienza? Raramente infatti viene usato un particolare materiale per le sue vere proprietà fisiche e per dimostrare che un oggetto che si è sempre fatto di metallo ora si può anche fare di plastica e forse è meglio perché la plastica ha certe proprietà diverse da quelle del metallo, il più delle volte è come se si dicesse: “Guarda qua, tu conosci questa sedia, l’hai sempre vista fatta di metallo e come per magia l’abbiamo fatta di mattoncini di lego, di la verità non pensavi che si potesse fare?”
Un ultima cosa ancora mi sento di dirla, forse altri come me girando per il salone satellite si sono trovati di fronte a oggetti che dicevano poco, a volte però chiedendo spiegazioni ai progettisti si scoprono soluzioni inaspettate che a prima vista non si potevano intuire. Non si tratta di un negozio di mobili è una mostra fatta da designer principalmente per designer e allora perché non fare delle tavole sintetiche che spieghino i progetti? Così uno vedendo un tavolo apparentemente anonimo capirebbe subito che invece il meccanismo per incastrare le gambe e in fine il ripiano è semplice e tutto ad incastro senza quindi bisogno di viti. La produzione di un oggetto per un designer è solo il termine di un percorso e può essere interessante capire quale sia questo percorso che quasi mai è completamente leggibile nell’oggetto stesso.
Quali sono le cause di tutto questo? Non è facile dirlo, forse paradossalmente nell’era dell’informazione che viaggia in tutto il mondo in un istante è più difficile creare contenuti, o forse un vecchio fraintendimento ha creato l’idea che il design sia un gesto libero, artistico e non un mestiere che richiede lavoro e vera ricerca.

Mali (in)curabili

Ogni volta che si ha a che fare con una persona si rimane inevitabilmente condizionati, si assorbono idee, si imparano cose e ci si confronta. Tutto questo, il più delle volte, avviene senza che ce ne accorgiamo. Questo processo si sviluppa in tutte le direzioni, è quindi evidente che noi stessi condizioniamo gli altri quando interagiamo con loro. Portiamo adosso l’impronta delle persone con le quali abbiamo a che fare e sulle quali a nostra volta abbiamo lasciato un segno. Di questi segni che ci portiamo sulla pelle alcuni sono appena visibili, altri sono molto evidenti, tra questi ultimi il più delle volte ci sono quelli lasciati dai genitori o dagli amici più cari e quasi sempre da quelli che decidiamo di prendere come nostri insegnanti. A questo punto del ragionamento però nasce un problema, e se queste persone che ci plasmano, a volte in modo inconsapevole come se fossimo creta non fossero dei bravi scultori? Non voglio mettermi a parlare dei genitori perchè è un discorso troppo complesso, che rientra nella psicoanalisi e che non sono in grado di fare voglio però riflettere su un’altro ruolo fondamentale nella crescita di una persona: il professore. Il professore(1) è un ruolo al quale troppo spesso non vengono riconosciute delle responsabilità enormi, egli infatti non deve solamente insegnare delle cose ma deve anche iniziare l’alievo al mondo. Il professore infatti fa quello che in età prescolare viene fatto dai genitori ed è spesso il primo adulto esterno alla famiglia con cui si ha a che fare nella vita. Se un professore insegna la sua materia e basta, senza stimolare intelletualmente i suoi allievi e senza dare loro nulla di più di quello che si potrebbe avere leggendo un libro di testo non si può dire che stia facendo il suo lavoro. Ma se penso alla mia esperienza, concentrandomi soprattutto negli anni dell’università, sarei già felice se tutti i miei professori fossero stati almeno così(2). Il problema è che spesso dall’alto delle loro cattedre parlano con sufficienza e superficialità senza degnare i loro allievi di un rapporto umano e figuriamoci paritario. Persino gli atteggiamenti più naturali che ognuno di noi segue per rispettare l’altro vengono dimenticati. Il dialogo e il confronto viene abolito alla luce di un semplice quanto idiota ragionamento secondo il quale lo studente non è in grado di dare nulla all’insegnante perchè è “meno”. Alcuni di questi comportamenti saranno anche causati in parte dal molto lavoro che devono fare, dalla burocrazia dilagante che sono costretti a subire però è troppo poco per giustificarli. Purtroppo però questo problema non si può risolvere tanto facilmente, non esiste una patente per insegnare (anche se forse dovrebbe esistere) e chiunque o quasi può farlo, squilibrati, nevrotici, maniaci di ogni tipo. Forse dovremmo imbracciare le armi e ribellarci, in ogni caso un cattivo professore si può riconoscere e quindi si può fare di tutto per non ascoltarlo e non farsi influenzare, il cattivo professore si sente superiore, è convinto di essere meglio e di essere necessariamente più intelligente dei suoi studenti, un cattivo professore non ascolta, un cattivo professore riversa sui suoi allievi il suo stato d’animo, un cattivo professore è permaloso e umilia i suoi studenti. Certo il problema rimane, per quello l’unica cosa è ricordarsi, quando magari saremo noi professori, di non essere come loro.

1- In questo grande insieme rientrano anche i vari allenatori o cose del genere.

2- Per fortuna esistono anche persone che insegnano e che lo fanno bene, spinti dalla passione e dall’amore per la loro disciplina e per l’insegnamento sono in grado di dare moltissimo ai loro allievi. Persone pronte al confronto, umili e consapevoli che non si smette mai di imparare, capaci di trattare i loro studenti con rispetto.

Oggetto/ostacolo


La parola “oggetto” in senso etimologico significa “cosa gettata”, l’oggetto diventa quindi una cosa che precipita nella vita, che viene usata dagli uomini per colpire altri uomini, per renderne difficoltoso il cammino. Possiamo immaginare la nostra vita come un percorso lungo il quale incontriamo dei problemi, per risolverli creiamo degli oggetti (si pensi a come nasce la tessa idea di utensile nell’uomo primitivo). Ma gli oggetti non si uniscono a noi come un abilità acquisita, rimangono sempre staccati e quindi in conflitto, generano a loro volta nuovi problemi che necessitano di nuove soluzioni. Certamente non possaimo fare a meno delle cose e ritornare a vivere sugli alberi ma questa considerazione dovrebbe far pensare che gli oggetti non sono innocenti, sono “armi” che ci ostacolano e come tutte le cose pericolose anche se indispensabili vanno trattati con cura. Perché se sono ostacoli inevitabili bisogna quanto meno cercare di ridurne il numero e per fare ciò bisogna avere oggetti che risolvano i problemi senza crearne altri.
Quindi, come non si affiderebbe mai ad un pasticcere la progettazione di un ponte, così la progettazione degli oggetti quotidiani andrebbe sempre affidata a qualcuno, in possesso delle competenze e della serietà morale.